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Ceuta: sequestri e controlli al giornalista italiano, le pressioni verso l’Italia continuano

La vicenda della troupe Rai fermata alla frontiera dell'enclave spagnola aggiunge un nuovo elemento a una crisi che, partita dall'emergenza migratoria, si è progressivamente trasformata in uno scontro politico e diplomatico tra Italia e Spagna.
Il protagonista dell'episodio è Lorenzo Lo Basso, inviato del Tg2, arrivato a Ceuta insieme alla troupe per documentare la situazione sul terreno. Secondo il suo racconto, dopo lo sbarco notturno la squadra è stata sottoposta a controlli particolarmente approfonditi e le è stato impedito inizialmente di entrare nell'enclave con automobile e attrezzatura professionale.
La domanda che ora si pone è inevitabile: si è trattato soltanto di un controllo doganale particolarmente rigoroso oppure il clima politico tra Roma e Madrid ha avuto un peso?
Al momento non esiste una conferma ufficiale che consenta di parlare di ritorsione. Ma il caso merita attenzione proprio perché coinvolge libertà di informazione, rapporti tra due Paesi dell'Unione Europea e principio di proporzionalità dei controlli.

Lorenzo Lo Basso: “Siamo stati gli unici”

La ricostruzione più dettagliata arriva direttamente dal giornalista del Tg2, intervenuto ad Agorà Estate.
Lo Basso ha raccontato che la troupe è arrivata a Ceuta intorno all'una di notte. Dopo avere mostrato i passaporti italiani, gli operatori della dogana hanno notato le telecamere presenti nell'automobile.
A quel punto sarebbe stato contestato il mancato possesso di una specifica autodichiarazione relativa all'attrezzatura.
Il giornalista ha spiegato di non essere stato informato preventivamente dell'obbligo e di avere già lavorato a Ceuta durante la prima fase dell'emergenza senza incontrare problemi analoghi.
La situazione si sarebbe quindi trasformata in un vero blocco operativo.
Secondo il racconto di Lo Basso, le possibilità prospettate erano sostanzialmente due: tornare indietro oppure lasciare temporaneamente automobile e attrezzatura.
La troupe avrebbe quindi raggiunto l'hotel a piedi, senza le telecamere necessarie per il lavoro giornalistico.
È un particolare importante perché non stiamo parlando semplicemente di un controllo documentale. Per una troupe televisiva, macchina, telecamere e strumenti tecnici rappresentano gli strumenti fondamentali per poter lavorare.

Il particolare che fa discutere: “Solo la nostra auto”

È probabilmente questo il passaggio più delicato dell'intera vicenda.
Lo Basso ha raccontato che dalla nave sarebbero sbarcate circa cento automobili e che soltanto quella della troupe Rai sarebbe stata sottoposta a quel tipo di controllo.
Il giornalista ha inoltre riferito di essere stato tra gli unici passeggeri trattati in quel modo e ha espresso il sospetto che il fatto di essere italiani possa avere avuto un ruolo.
Questa circostanza, però, deve essere raccontata con precisione.
Non è oggi possibile affermare che le autorità spagnole abbiano fermato la troupe esclusivamente perché italiana. È invece documentato il racconto del giornalista, secondo cui il trattamento ricevuto sarebbe stato eccezionale rispetto agli altri passeggeri.
La differenza non è soltanto linguistica.
È la differenza tra un fatto verificato e una possibile interpretazione del fatto.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente interessante.

Auto e attrezzatura trattenute, poi recuperate

Il termine “sequestro” è stato utilizzato nei titoli di diversi servizi e articoli, compreso quello di RaiNews.
Dal punto di vista della ricostruzione disponibile, tuttavia, è più preciso parlare di temporaneo trattenimento dell'automobile e dell'attrezzatura da parte delle autorità doganali, almeno fino alla regolarizzazione della posizione.
Lo Basso ha successivamente riferito di avere recuperato automobile e materiale tecnico dopo diverse ore. Secondo il suo aggiornamento, il blocco complessivo avrebbe comportato circa dodici ore di difficoltà.
Questa precisazione è importante anche per evitare che una notizia già molto delicata venga trasformata in qualcosa di diverso da ciò che le fonti consentono effettivamente di affermare.
Il problema rimane comunque serio.
Un giornalista inviato sul posto per documentare una situazione di forte tensione deve poter svolgere il proprio lavoro senza subire ostacoli sproporzionati o discriminatori.

Perché questo episodio arriva nel momento peggiore

La coincidenza temporale è impossibile da ignorare.
Da settimane Italia e Spagna sono coinvolte in un duro confronto politico nato dalla crisi migratoria di Ceuta.
Roma ha reintrodotto temporaneamente controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna, motivandoli con ragioni di sicurezza e con il rischio di movimenti secondari di cittadini di Paesi terzi.
Madrid ha successivamente introdotto controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia.
La misura spagnola è stata annunciata come temporanea e, secondo le informazioni disponibili, è prevista fino al 7 settembre 2026, salvo modifiche.
Quindi il caso Lo Basso non arriva in un momento neutrale.
Arriva quando Roma e Madrid sono già impegnate in una disputa diplomatica.
Questo non dimostra che il controllo della troupe sia stato una ritorsione.
Ma rende comprensibile perché l'episodio abbia immediatamente assunto una dimensione politica.

Schengen sotto pressione: ma non significa che sia finito

Occorre anche evitare un altro equivoco.
Schengen non è stato abolito.
Il sistema europeo consente agli Stati di reintrodurre temporaneamente controlli alle frontiere interne in presenza di determinate minacce alla sicurezza o all'ordine pubblico. Si tratta però di una misura eccezionale che deve rispettare necessità e proporzionalità.
Il problema politico nasce quando queste misure diventano parte di un'escalation tra governi.
Prima i controlli italiani.
Poi quelli spagnoli.
E ora un episodio che coinvolge direttamente una troupe televisiva italiana sul territorio spagnolo.
Sono elementi differenti, che non devono essere confusi tra loro, ma che contribuiscono tutti allo stesso clima di sfiducia reciproca.

Quando un controllo diventa una questione di libertà di stampa

È qui che il caso Ceuta supera la semplice cronaca doganale.
Un conto è controllare un'automobile.
Un altro è impedire temporaneamente a una troupe televisiva di entrare con le proprie attrezzature nel luogo dove deve documentare una crisi.
La libertà di stampa non significa che un giornalista sia esente dalle leggi.
Significa però che le restrizioni devono avere una motivazione legittima, essere applicate secondo le regole e non trasformarsi in uno strumento di pressione sull'informazione.
Nel caso di Ceuta, non abbiamo al momento elementi sufficienti per sostenere che questo sia accaduto intenzionalmente.
Abbiamo però un episodio che, per modalità e tempistica, merita una spiegazione chiara.
E soprattutto merita che venga chiarito perché, secondo la testimonianza del giornalista, una sola troupe avrebbe ricevuto quel trattamento.

È corretto parlare di “razzismo al contrario”?

Il termine è forte e va usato con cautela.
Se un cittadino venisse effettivamente sottoposto a un trattamento più severo esclusivamente per la propria nazionalità, il principio sarebbe grave e incompatibile con l'idea di uguaglianza davanti alle regole.
Ma nel caso specifico non è ancora possibile dimostrare che questa sia stata la motivazione delle autorità.
Per questo è più corretto parlare, almeno oggi, di possibile trattamento selettivo o discriminatorio, qualora venisse confermato che la nazionalità italiana abbia realmente determinato il livello dei controlli.
La differenza è sostanziale.
Accusare senza prove rischia di indebolire la denuncia.
Chiedere invece trasparenza, spiegazioni e proporzionalità rafforza il tema.

Il paragone con i regimi: perché la libertà di stampa è un confine da non oltrepassare

C'è poi una riflessione più ampia.
Nella storia contemporanea sono numerosi i Paesi nei quali il controllo dei giornalisti rappresenta una pratica sistematica dello Stato.
Cina, Russia, Myanmar, Bielorussia, Iran e Corea del Nord sono esempi di contesti nei quali la libertà dei media è sottoposta a pressioni, censura, arresti o detenzioni molto più strutturate e sistematiche.
I dati di Reporters Without Borders mostrano la dimensione globale del problema: nel bilancio 2025 risultavano 503 giornalisti detenuti in 47 Paesi, con Cina, Russia e Myanmar ai primi posti per numero di giornalisti incarcerati.
Ma proprio per questo bisogna essere precisi.
Non è corretto mettere sullo stesso piano un episodio contestato alla frontiera di Ceuta e un sistema autoritario di repressione della stampa.
Sono fenomeni differenti.
Nei regimi autoritari la limitazione dell'informazione può essere parte integrante del sistema politico.
In una democrazia europea, invece, proprio perché esistono garanzie giuridiche e istituzioni indipendenti, un eventuale abuso deve essere contestato e verificato attraverso gli strumenti dello Stato di diritto.
Ed è questa la vera differenza.

Il precedente pericoloso sarebbe la selezione dei giornalisti

Il punto più sensibile non è quindi soltanto il controllo.
È chi viene controllato, perché e secondo quali criteri.
Se una frontiera rafforza i controlli, la regola deve essere comprensibile.
Se esiste una dichiarazione obbligatoria per il trasporto di apparecchiature professionali, dovrebbe essere applicata secondo procedure chiare.
Se invece una troupe viene selezionata in modo diverso rispetto agli altri passeggeri perché proveniente da un determinato Paese, allora la questione cambia radicalmente.
Non significa automaticamente che sia avvenuta una discriminazione.
Significa che la domanda deve essere posta.
Ed è una domanda che riguarda non soltanto l'Italia, ma tutta l'Unione Europea.

Ceuta non è più soltanto una crisi migratoria

La storia degli ultimi giorni dimostra quanto rapidamente una crisi locale possa trasformarsi in una questione continentale.
Ceuta è una città autonoma spagnola situata in Nord Africa e rappresenta uno dei punti più delicati delle frontiere europee.
L'ondata migratoria di fine luglio ha provocato una crisi enorme e ha alimentato un confronto politico che ha coinvolto Italia, Spagna e istituzioni europee.
Nel frattempo sono aumentate le misure di sicurezza, i controlli e le tensioni diplomatiche.
E ora la vicenda coinvolge anche il lavoro dei media.
È un passaggio significativo.
Perché quando una crisi di frontiera comincia a incidere sulla possibilità dei giornalisti di documentare ciò che accade, la questione non riguarda più soltanto l'immigrazione.
Riguarda trasparenza e diritto all'informazione.

La sequenza degli articoli: dal confine alla crisi diplomatica

Per comprendere meglio questo nuovo episodio, vale la pena rileggere anche i precedenti approfondimenti pubblicati su Commenta La Notizia, seguendo l'ordine cronologico.
 
Il primo, pubblicato il 31 luglio, affrontava la crisi appena esplosa e il tema della sovranità e delle tensioni intorno all'enclave:
 
 
Il 6 agosto l'attenzione si spostava sulle immagini raccolte direttamente sul posto da uno YouTuber olandese e sulle testimonianze della crisi:
 
 
Il 7 agosto arrivava un ulteriore approfondimento sui video realizzati sul campo e sul rapporto tra immagini, testimonianze e comunicazione ufficiale:
 
 
L'8 agosto, invece, il tema diventava apertamente europeo: Italia e Spagna entravano in rotta di collisione sulla gestione dei controlli e sul futuro di Schengen:
 
 
Infine, il 15 agosto, l'attenzione si è allargata al confronto tra Italia, Spagna e Germania e alla crescente pressione politica sui confini europei:
 
 
Il caso Lo Basso arriva quindi come un nuovo capitolo di una vicenda che si è progressivamente allargata: prima il confine, poi l'emergenza migratoria, quindi Schengen, lo scontro diplomatico e ora la libertà di informazione.

Cosa potrebbe succedere adesso?

La prima esigenza è capire se l'episodio rimarrà una vicenda isolata oppure se emergeranno altri casi analoghi.
Sarebbe importante sapere anche se le autorità spagnole considerano effettivamente obbligatoria quella specifica autodichiarazione per le attrezzature giornalistiche, quali siano le procedure previste e perché, secondo il racconto della troupe, il controllo sia stato così diverso da quello riservato agli altri passeggeri.
Una risposta ufficiale sarebbe utile non soltanto all'Italia.
Sarebbe utile alla Spagna stessa.
Perché in una fase nella quale Madrid e Roma sono già impegnate in un confronto diplomatico, ogni episodio ambiguo rischia di essere interpretato come una nuova provocazione.
E il problema più grande sarebbe proprio questo: trasformare un controllo doganale in un ulteriore elemento di crisi europea.

Un'Europa democratica deve essere esigente anche con se stessa

La libertà di stampa non è un privilegio concesso ai giornalisti.
È uno degli strumenti attraverso cui i cittadini possono sapere cosa accade.
Per questo è giusto pretendere che un giornalista rispetti le regole di frontiera, ma è altrettanto giusto pretendere che le autorità applichino quelle regole in modo trasparente, coerente e proporzionato.
Se a Ceuta c'è stato semplicemente un controllo doganale particolarmente rigoroso, sarà sufficiente spiegarne le ragioni.
Se invece dovessero emergere elementi che dimostrassero un trattamento differenziato legato alla nazionalità italiana o all'attività giornalistica, allora la questione diventerebbe molto più seria.
Ed è proprio per questo che non servono slogan.
Servono fatti, documenti e risposte.

La domanda che resta aperta

Ceuta è diventata molto più di una frontiera tra Africa e Spagna.
È diventata un laboratorio nel quale si stanno incrociando immigrazione, sicurezza, Schengen, diplomazia, sovranità e libertà di informazione.
Il caso della troupe di Lorenzo Lo Basso aggiunge un elemento nuovo e particolarmente delicato.
Non sappiamo ancora se dietro quei controlli ci sia stata una semplice applicazione rigida delle procedure, un eccesso di zelo oppure qualcosa di diverso.
Ma una democrazia non dovrebbe avere paura delle domande.
Se le regole sono uguali per tutti, perché una sola troupe è stata sottoposta a quel trattamento?
È questa, oggi, la domanda che resta sul tavolo.

Fonti consultate:

 

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L’Italia si ribella all’invasione?

Immigrazione, Ceuta, Germania e Spagna: controlli, trasferimenti e tensioni riaprono la sfida sui confini europei.
L'Europa sta entrando in una nuova fase del dibattito sull'immigrazione. E questa volta l'Italia sembra intenzionata a far sentire la propria voce con maggiore decisione.
La crisi di Ceuta, i controlli tra Italia e Spagna, la tensione con Madrid e il nuovo confronto con la Germania sui trasferimenti dei richiedenti asilo stanno creando una situazione politica difficile da ignorare.
Tre Paesi. Tre posizioni. Un problema comune: chi deve controllare i confini e chi deve assumersi la responsabilità delle persone che entrano nello spazio europeo?
Il titolo di questo articolo, L'Italia si ribella all'invasione?, utilizza volutamente una parola forte, presente nel dibattito politico e nell'opinione pubblica. Non significa però trasformare il termine “invasione” in una definizione oggettiva dei flussi migratori.
Il problema concreto riguarda immigrazione irregolare, sicurezza, asilo, rimpatri, controlli alle frontiere e responsabilità tra gli Stati europei.
Ed è proprio su questo terreno che lo scontro sta diventando sempre più evidente.

Ceuta è diventata il simbolo della nuova crisi

La situazione di Ceuta ha rappresentato il punto di svolta.
Dopo la grande pressione migratoria registrata nell'enclave spagnola, Roma ha deciso di mantenere controlli temporanei alle frontiere con la Spagna, motivandoli con ragioni di sicurezza nazionale.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, intervenendo davanti al Comitato parlamentare Schengen, ha confermato che la decisione italiana non sarebbe stata rivista prima del 15 agosto e che la valutazione sarebbe rimasta collegata all'evoluzione del rischio.
Il governo italiano sostiene che la situazione creatasi intorno a Ceuta abbia prodotto rischi potenziali legati a spostamenti improvvisi e incontrollati di cittadini di Paesi terzi, con particolare attenzione anche al possibile rischio di infiltrazioni terroristiche.
Questa è la posizione ufficiale italiana.
Ma la vicenda non è rimasta confinata alla frontiera.
Madrid ha reagito introducendo a sua volta controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia, trasformando una crisi migratoria in una vera e propria disputa diplomatica all'interno dello spazio Schengen.

Italia e Spagna: sicurezza o ritorsione?

Qui comincia la parte più controversa della vicenda.
Roma sostiene di aver agito per motivi di sicurezza.
Madrid ha invece contestato la decisione italiana e ha risposto con proprie misure.
Il risultato è un paradosso: due Paesi appartenenti allo stesso spazio europeo di libera circolazione si ritrovano nuovamente a controllare chi attraversa i rispettivi confini.
Il governo italiano ha respinto l'idea che la propria decisione rappresenti una manovra politica contro la Spagna. Piantedosi ha parlato di una misura legata alla tutela della sicurezza nazionale.
Allo stesso tempo, nella discussione pubblica italiana è cresciuta la percezione che i controlli spagnoli possano rappresentare una risposta politica alla scelta di Roma.
È davvero una ritorsione?
Non è possibile affermarlo come fatto accertato.
È però evidente che le due decisioni siano arrivate in una sequenza politicamente delicata e abbiano trasformato una controversia sulla gestione migratoria in un confronto diretto tra due governi.

I controlli sui viaggiatori italiani fanno discutere

La questione dei controlli spagnoli è particolarmente sensibile perché tocca direttamente uno dei principi più conosciuti dell'Europa contemporanea: la libera circolazione all'interno di Schengen.
È importante però evitare semplificazioni.
I controlli non significano che ogni italiano venga automaticamente fermato o che la Spagna abbia chiuso completamente la frontiera con l'Italia.
Si tratta di verifiche temporanee e mirate, introdotte nel contesto della crisi.
Ma il dato politico rimane.
Un cittadino europeo abituato a viaggiare tra Italia e Spagna senza controlli sistematici può trovarsi nuovamente davanti a verifiche documentali.
Ed è proprio questo che rende la vicenda così significativa.
Quanto può durare un'Europa senza frontiere interne se le crisi migratorie spingono progressivamente gli Stati a reintrodurre controlli?

La Germania apre un secondo fronte

Mentre Roma e Madrid discutono, arriva anche il confronto con Berlino.
La Germania ha confermato che i trasferimenti verso l'Italia dei cosiddetti “dublinanti” saranno effettuati secondo le nuove regole europee entrate in applicazione nel giugno 2026.
Una portavoce del ministero dell'Interno tedesco ha spiegato che Germania e Italia avevano già raggiunto accordi bilaterali nell'autunno 2025 e che il nuovo sistema europeo comune di asilo ha riattivato l'applicazione delle procedure di Dublino anche verso l'Italia.
La Germania si è detta sorpresa dal clamore politico provocato dalla questione.
Per Berlino si tratta dell'applicazione di regole e accordi già esistenti.
Per Roma, invece, la questione è diventata politicamente molto più delicata.
Il punto non è soltanto il numero delle persone coinvolte.
Il punto è chi decide dove debba essere gestita una domanda d'asilo e quale Stato debba sostenere concretamente la responsabilità dell'accoglienza e della procedura.

Dublino e la responsabilità dell’Italia

Il sistema europeo di Dublino nasce proprio per determinare quale Stato membro sia competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale.
Il problema storico è che Paesi come l'Italia, per la loro posizione geografica, sono particolarmente esposti agli arrivi attraverso il Mediterraneo.
Da qui nasce una delle principali controversie europee.
Se una persona entra irregolarmente attraverso l'Italia e successivamente presenta domanda d'asilo in Germania, chi deve occuparsi della procedura?
Berlino sostiene che le regole europee debbano essere applicate.
Roma contesta invece l'idea che l'Italia debba diventare automaticamente il punto di ritorno di una parte significativa dei movimenti secondari all'interno dell'Unione.
La nuova fase europea dell'asilo rende il confronto ancora più attuale.

L’Italia sta davvero cambiando politica?

Probabilmente il cambiamento più evidente riguarda il tono.
Il governo italiano sta mostrando una maggiore disponibilità a utilizzare strumenti di controllo delle frontiere quando considera insufficienti le garanzie sulla sicurezza.
Controlli temporanei.
Pressioni diplomatiche.
Contrasto ai trasferimenti.
Richieste di maggiore responsabilità europea.
E una distinzione sempre più netta tra immigrazione regolare, richiesta di protezione e ingresso irregolare.
Questo non significa che l'Italia abbia abbandonato Schengen.
La reintroduzione temporanea dei controlli interni è prevista dal sistema europeo in determinate circostanze.
Ma il messaggio politico è comunque chiaro:
Roma vuole dimostrare di essere pronta a difendere i propri interessi anche quando questo comporta uno scontro con altri governi europei.

E gli altri Paesi europei da che parte stanno?

La situazione non può essere descritta semplicemente come “Italia contro Europa”.
Sarebbe una semplificazione.
Diversi Paesi europei hanno infatti introdotto o mantenuto controlli temporanei alle frontiere interne per motivazioni differenti.
Germania, Francia, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia sono tra gli Stati che hanno utilizzato strumenti di questo tipo, anche se con motivazioni e modalità diverse.
Questo significa che la questione dei confini non riguarda esclusivamente l'Italia.
La differenza sta nella risposta politica.
Alcuni governi puntano soprattutto sulla sicurezza.
Altri sulla solidarietà europea.
Altri ancora chiedono una maggiore distribuzione delle responsabilità.
La Danimarca, per esempio, ha espresso una posizione molto dura sul tema migratorio. La premier Mette Frederiksen ha definito fondamentale una politica migratoria rigorosa per la Danimarca e per l'Europa, commentando anche le immagini provenienti da Ceuta.
L'Italia, quindi, non è completamente isolata nella richiesta di una politica migratoria più severa.

Il comportamento della Spagna alimenta nuovi interrogativi

È proprio osservando la sequenza degli eventi che nasce la domanda più delicata.
Prima la crisi di Ceuta.
Poi la decisione italiana di rafforzare i controlli.
Successivamente la risposta spagnola.
Contemporaneamente il confronto con la Germania.
E ora una nuova fase di allerta attorno a Ceuta e Melilla.
Nelle ultime ore le autorità hanno aumentato l'attenzione sulla possibilità di nuovi tentativi di ingresso dal Marocco, anche a causa di appelli diffusi sui social per una possibile nuova ondata a Ferragosto. La Guardia Civil spagnola ha predisposto ulteriori misure di sicurezza, mentre il Marocco ha rafforzato a sua volta i controlli.
La situazione è quindi ancora in evoluzione.
Ed è proprio per questo che bisogna distinguere attentamente tra fatti documentati e interpretazioni politiche.

Esiste un piano contro l’Italia?

È la domanda che inevitabilmente emerge osservando tutti questi avvenimenti insieme.
È possibile pensare che dietro le diverse decisioni esista un disegno coordinato per mettere sotto pressione Roma?
Al momento, non ci sono prove sufficienti per affermarlo.
Non è quindi corretto presentare come fatto l'esistenza di un “piano ben congegnato” organizzato da Spagna, Germania e altri Paesi contro l'Italia.
Ma esiste un'altra possibilità, forse ancora più interessante.
Potrebbe non esserci alcun complotto.
Potremmo semplicemente trovarci davanti a una Europa nella quale ogni governo sta iniziando a difendere con maggiore forza il proprio interesse nazionale.
Se fosse così, la crisi sarebbe ancora più profonda.
Perché significherebbe che il problema non è soltanto l'immigrazione.
Il problema sarebbe la difficoltà dell'Europa a trovare una risposta comune.

Gli approfondimenti su Ceuta che avevamo già raccontato

La vicenda non nasce oggi.
Sul blog avevamo già seguito la situazione di Ceuta attraverso diversi approfondimenti, cercando di osservare gli avvenimenti da più prospettive.
Per chi vuole ricostruire la vicenda, ecco gli articoli precedenti:
 
 
 
 
 
La lettura di questi approfondimenti permette di seguire l'evoluzione della storia dalla crisi sul terreno fino allo scontro politico e diplomatico.

Cosa può succedere dopo Ferragosto?

Il 15 agosto rappresenta un passaggio importante.
Il governo italiano aveva indicato questa data come termine della sospensione dei controlli, ma Piantedosi ha chiarito che la decisione è legata alla valutazione dei rischi e all'evoluzione della situazione.
Nel frattempo, l'attenzione su Ceuta e Melilla resta elevata.
Il rischio di nuovi tentativi di ingresso viene monitorato dalle autorità spagnole e marocchine.
E il confronto con la Germania non sembra destinato a chiudersi immediatamente.
Si potrebbe quindi assistere a una nuova fase di pressione reciproca tra governi europei.
Un Paese introduce controlli.
Un altro risponde.
Un terzo rafforza le procedure.
E Schengen, pur rimanendo formalmente in vigore, diventa sempre più condizionato dalle emergenze nazionali.

La vera domanda è quale Europa vogliamo

L'Italia sta davvero “ribellandosi”?
Forse la parola più corretta è un'altra: sta alzando il livello dello scontro politico.
Roma vuole dimostrare che la gestione dei confini non può essere considerata esclusivamente un problema italiano quando le conseguenze coinvolgono l'intero spazio europeo.
Madrid difende le proprie scelte.
Berlino vuole applicare le regole sui trasferimenti.
Altri governi chiedono una politica migratoria più severa.
Bruxelles deve cercare di tenere insieme sicurezza, diritto d'asilo e libera circolazione.
E così arriviamo alla domanda centrale.
Quanto può resistere Schengen se gli Stati membri iniziano a considerarsi reciprocamente come potenziali porte d'ingresso per l'immigrazione irregolare?
E ancora:
L’Italia sta davvero difendendo soltanto i propri confini oppure sta anticipando una nuova fase della politica migratoria europea?
Forse sarà proprio questa la vera partita dei prossimi mesi.

Fonti consultate:

 

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Riconoscimento facciale in Italia: cosa cambia davvero

Per settimane il riconoscimento facciale è sembrato sul punto di trasformarsi in uno dei terreni più delicati dello scontro tra sicurezza, intelligenza artificiale e privacy.
Poi è arrivata la svolta.
Dopo il rinvio del voto di fine luglio e le polemiche sul possibile utilizzo della biometria negli spazi pubblici, il 4 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo di adeguamento dell'ordinamento italiano all'AI Act europeo. Il testo ha introdotto alcune garanzie aggiuntive proprio sul punto più controverso: l'utilizzo delle tecnologie di riconoscimento facciale nelle attività di polizia.
Ma attenzione: dire semplicemente che "in Italia arriva il riconoscimento facciale" sarebbe fuorviante.
La questione è molto più complessa.
Il vero tema è quando una telecamera può limitarsi a registrare immagini e quando quelle immagini possono essere trasformate automaticamente in dati biometrici utilizzabili per identificare una persona.
Ed è proprio qui che Italia ed Europa stanno cercando un equilibrio difficile.

Il voto rinviato e la svolta del 4 agosto

Alla fine di luglio la discussione politica aveva acceso i riflettori sul provvedimento.
Il voto previsto alla Camera era stato rinviato mentre cresceva il confronto sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale da parte delle forze dell'ordine.
Il nodo era soprattutto la possibilità di utilizzare sistemi capaci di confrontare automaticamente i volti ripresi dalle telecamere con immagini contenute nelle banche dati.
Da una parte c'è una motivazione facilmente comprensibile: identificare più rapidamente persone ricercate o sospettate di aver commesso reati.
Dall'altra c'è una domanda molto più difficile:
fino a che punto è accettabile analizzare biometricamente il volto di persone che non sono sospettate di nulla?
La risposta arrivata dal governo ad agosto è stata una mediazione.
Il testo approvato introduce infatti limiti più precisi sull'utilizzo della tecnologia e cerca di evitare la costruzione di un enorme archivio biometrico permanente della popolazione.
La differenza non è soltanto tecnica.
È una differenza che riguarda il modello di società nel quale vogliamo vivere.

Cosa cambia realmente con il nuovo decreto

Il punto più importante è distinguere videosorveglianza e riconoscimento biometrico.
Una telecamera può riprendere una piazza, una stazione o uno stadio.
Questo non significa automaticamente che un algoritmo stia identificando tutte le persone presenti.
Il riconoscimento facciale entra in gioco quando il sistema analizza caratteristiche biometriche del volto e cerca una corrispondenza con una persona presente in un archivio o in una lista di riferimento.
È proprio questo passaggio a rendere la tecnologia particolarmente delicata.
Secondo le informazioni disponibili sul provvedimento approvato, le immagini provenienti da determinati luoghi considerati sensibili possono essere conservate per un periodo limitato, indicato in massimo sette giorni, ma il confronto biometrico non dovrebbe trasformarsi in una ricerca indiscriminata su tutta la popolazione.
Un altro elemento centrale riguarda le banche dati: l'impostazione è quella di impedire la creazione di nuovi archivi biometrici permanenti attraverso raccolte indiscriminate di immagini online o sistemi di scraping.
Questo punto è fondamentale.
Perché il vero rischio, nell'era dell'intelligenza artificiale, non è soltanto avere milioni di telecamere.
È poter collegare automaticamente telecamere + banche dati + algoritmi + identità personali.
Una volta costruito questo collegamento, il livello di sorveglianza possibile cambia completamente.

Il riconoscimento facciale non è tutto uguale

È probabilmente questa la parte che genera più confusione.
Quando si parla di "riconoscimento facciale", infatti, vengono spesso messe nello stesso contenitore tecnologie molto diverse.
Videosorveglianza
Una telecamera registra immagini.
Non necessariamente identifica automaticamente le persone.
Riconoscimento a posteriori
Le immagini vengono analizzate successivamente, per esempio durante un'indagine.
Gli investigatori possono cercare una corrispondenza con immagini già disponibili.
Identificazione biometrica in tempo reale
È lo scenario più delicato.
La telecamera riprende una persona mentre passa e il sistema confronta immediatamente il suo volto con una lista di riferimento.
Se trova una possibile corrispondenza, genera un alert.
È proprio questa tecnologia a essere sottoposta ai limiti più severi dall'AI Act europeo.
La differenza può sembrare sottile.
In realtà è enorme.
Nel primo caso una telecamera registra.
Nel secondo un investigatore cerca.
Nel terzo un algoritmo può identificare automaticamente mentre la persona sta semplicemente camminando per strada.

Cosa dice davvero l'AI Act europeo

Qui bisogna evitare uno degli errori più comuni.
L'AI Act non vieta genericamente il riconoscimento facciale.
Il regolamento europeo vieta, come pratica di rischio inaccettabile, l'identificazione biometrica remota in tempo reale utilizzata dalle forze dell'ordine negli spazi pubblicamente accessibili, ma prevede eccezioni molto specifiche.
Tra gli ambiti considerati dalla normativa europea rientrano situazioni come la ricerca mirata di determinate persone, la prevenzione di minacce particolarmente gravi e alcuni reati di particolare gravità.
Il principio europeo è quindi basato sulla distinzione tra utilizzo generalizzato e utilizzo mirato.
L'AI Act vieta inoltre la raccolta indiscriminata di immagini da internet o dalle registrazioni delle telecamere per creare o ampliare database di riconoscimento facciale.
Questo è un dettaglio che spesso passa inosservato.
Non si tratta soltanto di decidere se utilizzare una telecamera.
Si tratta di stabilire anche da dove provengono le immagini utilizzate per identificare le persone.

Perché il limite dei sette giorni fa discutere

Sette giorni possono sembrare pochi.
Per un sistema investigativo, però, una settimana può rappresentare un periodo significativo.
Immagini registrate durante un evento pubblico possono infatti diventare utili soltanto dopo alcune ore o alcuni giorni, quando emerge un reato e gli investigatori ricostruiscono gli spostamenti.
Il limite temporale serve quindi a trovare un compromesso.
Da una parte permette di non perdere immediatamente materiale potenzialmente utile alle indagini.
Dall'altra evita, almeno nell'impostazione prevista, che le immagini rimangano indefinitamente disponibili per successive analisi biometriche.
È una questione di proporzionalità.
Più a lungo conserviamo immagini e dati, maggiore diventa il potenziale utilizzo futuro.
E maggiore diventa anche il rischio che un sistema nato per uno scopo venga successivamente utilizzato per altri scopi.

Il precedente SARI e il problema della sorveglianza di massa

Il dibattito italiano non nasce nel 2026.
Già nel 2021 il Garante Privacy aveva espresso un parere negativo sul sistema SARI Real Time del Ministero dell'Interno.
Secondo l'Autorità, nella configurazione esaminata mancava una base giuridica adeguata per il trattamento automatizzato dei dati biometrici e il sistema avrebbe potuto determinare una forma di sorveglianza indiscriminata o di massa.
Questo precedente spiega perché il nuovo provvedimento venga osservato con tanta attenzione.
Il problema non è soltanto la precisione della tecnologia.
È soprattutto il modello di utilizzo.
Un algoritmo estremamente preciso può comunque essere problematico se viene utilizzato per identificare automaticamente milioni di persone che non hanno commesso alcun reato.

Il vero confronto: Italia contro Regno Unito

Il confronto con altri Paesi diventa particolarmente interessante quando si guarda al Regno Unito.
Qui la tecnologia è già utilizzata in modo operativo.
La British Transport Police, per esempio, sta conducendo nel 2026 un progetto pilota di Live Facial Recognition nelle stazioni ferroviarie e, da agosto, anche in alcune stazioni della metropolitana londinese.
Il sistema crea una watchlist di persone ricercate e confronta in tempo reale i volti ripresi dalle telecamere con quelli presenti nella lista.
In caso di possibile corrispondenza, interviene comunque un agente umano per verificare la situazione.
La polizia britannica dichiara inoltre che le immagini biometriche delle persone che non generano un alert vengono cancellate immediatamente, mentre le immagini associate agli alert vengono gestite secondo procedure specifiche.
È un modello molto diverso da quello di una sorveglianza automatica indiscriminata.
Ma la differenza con l'approccio europeo resta significativa.
Il Regno Unito sta sperimentando concretamente il Live Facial Recognition in luoghi pubblici.
L'Unione europea, invece, parte da una presunzione molto più restrittiva e consente l'identificazione biometrica in tempo reale soltanto in condizioni eccezionali.

E la Francia? Una strada più prudente

La Francia rappresenta un altro caso interessante.
Anche Parigi ha sperimentato tecnologie di videosorveglianza algoritmica durante grandi eventi, ma il contesto francese resta fortemente condizionato dalle regole sulla protezione dei dati e dal ruolo della CNIL, l'autorità nazionale per la privacy.
Il confronto con l'Italia è quindi particolarmente utile perché entrambi i Paesi sono dentro lo stesso quadro europeo.
La vera differenza non è tanto tra "Paese che usa l'AI" e "Paese che non la usa".
È tra diversi livelli di autorizzazione, controllo, conservazione dei dati e finalità consentite.
Questo è probabilmente il modo più corretto per leggere la questione.

Stati Uniti: un modello molto più frammentato

Negli Stati Uniti la situazione è ancora diversa.
Non esiste un equivalente federale dell'AI Act europeo che stabilisca un unico quadro generale per tutte le applicazioni dell'intelligenza artificiale.
Le regole sul riconoscimento facciale possono quindi cambiare sensibilmente a seconda della giurisdizione e dell'utilizzo.
Questo produce un sistema molto più frammentato.
Alcune amministrazioni hanno introdotto forti restrizioni.
Altre hanno autorizzato o utilizzato strumenti biometrici per attività di polizia, sicurezza, frontiere e identificazione.
Il risultato è un modello nel quale la domanda "gli Stati Uniti usano il riconoscimento facciale?" ha una risposta troppo semplice.
La risposta più corretta è: dipende da quale Stato, quale agenzia e quale finalità stiamo considerando.

Cina: quando la biometria diventa parte dell'infrastruttura

La Cina rappresenta il confronto più lontano dal modello europeo.
Il Paese ha sviluppato negli anni un ecosistema molto esteso di videosorveglianza e tecnologie biometriche.
Anche qui, però, sarebbe sbagliato descrivere la situazione semplicemente come "nessuna regola".
La Cina ha introdotto specifiche misure per disciplinare l'utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale e la protezione delle informazioni personali.
Il punto di differenza rispetto all'Europa è soprattutto l'impostazione complessiva del rapporto tra sicurezza, Stato e dati biometrici.
L'Europa parte dalla tutela dei diritti fondamentali e introduce divieti e condizioni stringenti.
Altri sistemi giuridici attribuiscono invece un peso maggiore alle esigenze di sicurezza, controllo e identificazione.
Il confronto internazionale dimostra quindi che non esiste una sola strada tecnologica.
Esistono modelli politici e giuridici differenti.

Il problema dei falsi positivi

C'è poi un altro aspetto che rischia di essere sottovalutato: l'algoritmo può sbagliare.
Il riconoscimento facciale non "vede" una persona come la vede un essere umano.
Analizza caratteristiche matematiche dell'immagine e calcola una probabilità di corrispondenza.
Un possibile match non significa quindi automaticamente che la persona sia quella ricercata.
È proprio per questo che i sistemi operativi prevedono generalmente un controllo umano prima di procedere.
Nel progetto britannico della BTP, per esempio, quando il sistema segnala una possibile corrispondenza, è un agente a confrontare la persona reale con l'immagine e a decidere come procedere.
Questo passaggio è essenziale.
Perché un falso positivo in un sistema di raccomandazione musicale è fastidioso.
Un falso positivo in un sistema di polizia può avere conseguenze completamente diverse.

Il rischio che l'errore diventi un'identità

Il problema non riguarda soltanto la precisione.
Riguarda anche ciò che succede dopo una possibile identificazione.
Se un algoritmo suggerisce che una persona potrebbe essere un soggetto ricercato, qualcuno dovrà verificare l'informazione.
Se invece il risultato automatico viene trattato come una certezza, l'intelligenza artificiale smette di essere uno strumento di supporto e diventa di fatto un decisore.
Ed è proprio questo uno dei confini che la normativa europea cerca di mantenere.
L'AI può aiutare.
Ma una decisione che può incidere pesantemente sui diritti di una persona non dovrebbe essere trasformata automaticamente in una conseguenza del risultato di un algoritmo.

Sicurezza o privacy? La domanda è posta male

La contrapposizione "sicurezza contro privacy" è molto efficace sui social.
Ma è anche troppo semplice.
La vera domanda è un'altra:
quale livello di sorveglianza è proporzionato al rischio che vogliamo contrastare?
Se esiste una minaccia concreta e grave, l'opinione pubblica può accettare strumenti più invasivi.
Se invece la stessa tecnologia viene utilizzata per identificare sistematicamente ogni persona che entra in una piazza, il problema cambia.
Il punto non è quindi stabilire se la tecnologia sia buona o cattiva.
Il punto è stabilire chi può usarla, quando, perché, con quali controlli e per quanto tempo.

Cosa potrebbe succedere adesso

L'approvazione del 4 agosto non chiude il dibattito.
Anzi, potrebbe essere soltanto l'inizio della fase più delicata: quella dell'applicazione concreta.
Nei prossimi mesi sarà importante capire come verranno applicate le nuove regole dalle forze dell'ordine, quali procedure autorizzative saranno adottate e come verranno controllati conservazione, accesso e cancellazione delle immagini.
Sarà inoltre fondamentale vedere come verranno interpretati i rapporti tra normativa nazionale, AI Act, GDPR e disciplina specifica dei dati trattati dalle autorità di pubblica sicurezza.
L'AI Act è diventato applicabile in via generale dal 2 agosto 2026, mentre alcune disposizioni hanno tempi differenti. La Commissione europea indica inoltre che le regole di governance e controllo sono ormai entrate nella fase operativa.
In altre parole, il tema non è più soltanto teorico.
Il quadro europeo è entrato nella sua fase concreta.

La domanda che resta aperta

Il riconoscimento facciale può aiutare a trovare una persona ricercata.
Può accelerare un'indagine.
Può rendere più difficile per un criminale sfuggire all'identificazione.
Ma la stessa tecnologia può diventare estremamente invasiva se viene trasformata in uno strumento permanente di controllo della popolazione.
Ed è proprio questa la linea sottile sulla quale l'Italia sta cercando di muoversi.
Il confronto con Regno Unito, Francia, Stati Uniti e Cina dimostra che non esiste un modello universale.
Il futuro della tecnologia dipenderà quindi meno dalla domanda "possiamo riconoscere un volto?" e molto di più da una domanda politica e democratica:
chi può farlo, in quali circostanze e con quali limiti?
Perché il volto è una delle informazioni più personali che possediamo.
E una volta trasformato in un dato biometrico, non è più soltanto un'immagine.
È un'identità.

Fonti consultate:

 

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22enne espulso dall’Italia: progettava un attentato all’Adigeo di Verona

Un arrivo all’aeroporto di Treviso, un controllo già predisposto dalla Polizia e un provvedimento di espulsione eseguito in tempi rapidi. È così che, secondo quanto reso noto dalle autorità italiane, si è conclusa la vicenda di un cittadino albanese di 22 anni che sarebbe stato monitorato per presunti segnali di radicalizzazione e per il possibile progetto di un attentato in Italia.
Il giovane è arrivato all’aeroporto Antonio Canova di Treviso proveniente da Tirana. Ad attenderlo c’erano gli agenti della Polizia di frontiera, che lo seguivano nell’ambito di un’attività di prevenzione. Secondo gli elementi investigativi diffusi, il 22enne avrebbe raccolto informazioni e materiale collegati alla possibile preparazione di un ordigno e avrebbe preso in considerazione un obiettivo nel territorio veneto.
Il luogo indicato dagli investigatori sarebbe il centro commerciale Adigeo di Verona.
È importante però chiarire subito un punto: nessun attentato è stato compiuto e nessuna esplosione si è verificata all’Adigeo. La vicenda riguarda un presunto progetto individuato dalle autorità nella fase preparatoria e un intervento di prevenzione prima che potesse trasformarsi, secondo l’ipotesi investigativa, in un attacco concreto.

Il 22enne fermato all’aeroporto di Treviso

Il giovane, classe 2004, sarebbe arrivato in Italia con un volo proveniente da Tirana. Il controllo non sarebbe stato casuale: secondo le ricostruzioni disponibili, le forze dell’ordine erano già a conoscenza della sua posizione e lo stavano monitorando.
L’operazione è stata resa pubblica il 10 agosto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha collegato il provvedimento alle esigenze di sicurezza dello Stato e alla prevenzione del terrorismo.
La scelta di intervenire direttamente al suo ingresso nel Paese rappresenta l’aspetto centrale dell’intera vicenda. Non si è trattato infatti di un intervento successivo a un attentato, ma di una misura adottata sulla base delle informazioni raccolte dagli investigatori.

L’Adigeo indicato come possibile obiettivo

Secondo quanto emerso dall’attività investigativa, il 22enne avrebbe iniziato a individuare un possibile luogo da colpire e tra le ipotesi sarebbe comparso il centro commerciale Adigeo di Verona.
La struttura è uno dei principali poli commerciali della città e, proprio per la presenza quotidiana di un elevato numero di persone, sarebbe stata considerata dagli investigatori un possibile obiettivo particolarmente sensibile.
Anche in questo caso è fondamentale utilizzare le parole corrette. Non è corretto parlare di un attentato all’Adigeo già avvenuto o di una bomba fatta esplodere. Le informazioni diffuse dalle autorità descrivono invece un presunto progetto di attentato che sarebbe stato individuato durante la fase di preparazione.

Le indagini sulla radicalizzazione online

Uno degli elementi che hanno attirato maggiormente l’attenzione riguarda la presunta radicalizzazione del giovane attraverso internet.
Secondo le informazioni rese pubbliche, il 22enne sarebbe entrato in contatto con contenuti di matrice estremista e avrebbe manifestato un interesse crescente verso materiali e informazioni collegati alla preparazione di un possibile ordigno.
Gli investigatori avrebbero inoltre rilevato attività considerate compatibili con una fase preparatoria. Alcuni materiali necessari sarebbero già stati acquisiti, mentre altre informazioni sarebbero state ricercate online.
Non sono stati resi pubblici tutti gli elementi dell’attività di intelligence. È un aspetto comprensibile in un’indagine di questo tipo: rendere noti metodi, fonti o dettagli operativi potrebbe compromettere attività di prevenzione future.

Perché è stata disposta l’espulsione

La misura adottata nei confronti del 22enne è stata un’espulsione per motivi legati alla sicurezza dello Stato e alla prevenzione del terrorismo.
Secondo quanto riferito da RaiNews, il provvedimento sarebbe stato firmato dal ministro dell’Interno e successivamente convalidato dall’autorità giudiziaria. L’esecuzione è avvenuta rapidamente, con il rimpatrio del giovane.
Sempre secondo la ricostruzione pubblicata da RaiNews, all’uomo sarebbe stato imposto anche un divieto di ingresso nell’area Schengen per 15 anni.
Il dato è particolarmente significativo perché mostra come, nell’ambito della prevenzione del terrorismo, le autorità possano intervenire anche prima che un eventuale progetto raggiunga una fase esecutiva.

Nessun attentato è stato realizzato

Questo è probabilmente il punto che rischia maggiormente di perdersi nei titoli più sensazionalistici.
L’Adigeo non è stato colpito. Non ci sono state esplosioni, vittime o feriti collegati a questa vicenda.
L’intervento delle autorità è avvenuto prima, sulla base di informazioni che avrebbero indicato una possibile minaccia.
Per questo è più corretto parlare di presunto progetto di attentato e di persona sospettata di voler realizzare un attacco, senza trasformare gli elementi investigativi in una condanna definitiva.
La differenza non è soltanto terminologica. In una vicenda di sicurezza nazionale, distinguere tra ciò che gli investigatori ritengono di aver accertato e ciò che è stato definitivamente stabilito in sede giudiziaria è fondamentale.

Il ruolo della prevenzione antiterrorismo

La vicenda di Treviso mostra quanto sia cambiato il lavoro delle forze di sicurezza negli ultimi anni.
Un possibile attentato può infatti lasciare tracce molto prima della fase operativa: ricerche online, contatti con ambienti estremisti, acquisizione di materiali e comportamenti che, analizzati nel loro insieme, possono attirare l’attenzione degli apparati di sicurezza.
Non significa che ogni persona che consulta materiale estremista rappresenti automaticamente una minaccia. La valutazione nasce dall’insieme degli elementi raccolti e dalla loro interpretazione nell’ambito dell’attività investigativa.
Nel caso del 22enne, secondo le informazioni rese pubbliche, gli investigatori avrebbero considerato il quadro sufficientemente serio da intervenire al suo arrivo in Italia.

Perché il caso sta facendo discutere

La vicenda riapre un tema delicato: quanto deve essere anticipata la prevenzione quando esiste il sospetto di una possibile minaccia terroristica?
Da una parte c’è l’esigenza di impedire che un progetto violento arrivi alla fase operativa. Dall’altra ci sono le garanzie individuali e la necessità di non confondere un’attività investigativa con una sentenza.
È un equilibrio complesso, soprattutto quando le informazioni disponibili al pubblico rappresentano soltanto una parte del quadro raccolto dagli apparati di sicurezza.
Nel caso specifico, l’autorità italiana ha scelto la strada dell’espulsione e del rimpatrio, ritenendo il soggetto incompatibile con la permanenza sul territorio nazionale.

Cosa succede adesso

Al 13 agosto 2026, gli elementi pubblicamente disponibili non indicano un attentato avvenuto né un attacco portato a termine.
Il dato confermato è invece l’allontanamento dall’Italia del 22enne e il provvedimento di divieto di ingresso nell’area Schengen riportato dalle fonti che hanno seguito l’operazione.
Eventuali ulteriori dettagli sull’attività investigativa potrebbero emergere successivamente, ma per il momento è opportuno attenersi alle informazioni ufficialmente comunicate.
La vicenda resta quindi soprattutto un caso di prevenzione antiterrorismo, con un presunto progetto individuato prima che potesse trasformarsi in un attentato.

Un attentato fermato prima che diventasse realtà?

La storia del 22enne di origine albanese porta inevitabilmente a una riflessione più ampia.
Quando un possibile progetto violento viene individuato prima dell’attacco, il risultato dell’operazione è quasi invisibile: non ci sono immagini di una scena del crimine, non ci sono vittime da contare e non c’è un luogo devastato da raccontare.
Ci sono invece controlli, informazioni riservate, attività di intelligence e decisioni prese prima che il pericolo possa diventare concreto.
Nel caso di Treviso, secondo quanto comunicato dalle autorità, è proprio questo che sarebbe accaduto.
Resta però essenziale continuare a distinguere tra sospetti, elementi investigativi e responsabilità definitivamente accertate. È una distinzione indispensabile soprattutto quando una notizia riguarda terrorismo, sicurezza nazionale e possibili attentati.
Per ora, il dato più importante è che l’ipotizzato attacco non è stato realizzato e che il giovane è stato allontanato dall’Italia prima di poter, secondo la ricostruzione investigativa, passare a una fase successiva.

Fonti consultate:

 

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